Il paese sta invecchiando, lo stato è nato già decrepito, urgono riforme drastiche per snellire, ridurre e ammodernare ogni suo settore. In teoria le grandi riforme si compirebbero in tempo di pace, grazie all’unità di intenti e all’impegno tenace delle cosiddette forze politiche. Ma nella pratica si tratta di un puro sogno sognato mille volte dagli Italiani ed eternamente dissoltosi nella grama realtà dei fallimenti e delle promesse mancate.

Oggi più che mai il risveglio è stato brusco; dopo le allettanti promesse di due anni fa (un governo forte, una maggioranza coesa e riforme come piovesse), si odono solamente tamburi di guerra assordanti e un caos di voci e di movimenti incomprensibili. Insomma, anche per questo giro, niente riforme!

Disperatamente l’Italia rischia di colare a picco e, ancora una volta,  ci viene incontro, surreale e sinistra, l’ombra di dell’orchestra sul ponte del Titanic che affonda. La metafora è di certo troppo scontata quanto abusata; ma, fondamentalmente, sarebbe assurdo paragonare la serietà dei famosi orchestrali in crociera (assorti nel condividere e seguire lo stesso spartito, concentrati per non steccare, compresi in un’armoniosa omogeneità di suoni), con i politici in questione.

Questi ultimi si agitano, si dimenano, si urtano, si scavalcano, contestano e si muovono senza sapere dove andare.

Allora giunge a proposito una vicenda di cronaca che, nella sua drammaticità, può essere illuminante per comprendere le dinamiche in atto e le pericolose conseguenze che ne deriveranno.

L’episodio è quello noto, accaduto  nell’ospedale di Messina, dove una partoriente e il suo bambino hanno rischiato di morire per colpa della cieca rissosità dei medici, troppo occupati ad azzuffarsi invece di assisterli nel momento più critico e delicato della loro esistenza.

Quale migliore raffigurazione di questa per descrivere la situazione nella quale si dibatte il Paese per colpa dei suoi parlamentari?

L’inadeguatezza, i personalismi e l’isteria di chi dovrebbe esserne alla guida stanno condannando la povera  Italia all’asfissia.

Essa e lì, gravida di ogni sorta di meravigliosa proposta riformatrice,  eppure soggetta a un aborto dopo l’altro, senza la forza di dare alla luce nemmeno una rachitica riformetta.

E’ sola, in balia di parolai, arrivisti e politicanti, narcisi stregati dai media, attraverso i quali inondano la nazione di mirabili proposte personalizzate di riforme elettorali, giudiziarie, federaliste e chi più ne ha più ne metta. Scalciano e scazzottano, pur di avere l’onore di un primo piano o di una prima pagina.

Ma di quali riforme vanno capziosamente parlando, se la canea assordante fatta di ni, di ma, di no, di ma anchismi e benaltrismi ha preso il sopravvento su tutto e su tutti?

Sarà tanto se, in questa follia collettiva, gli eletti dal popolo sovrano riusciranno a gestire l’ordinaria amministrazione.

L’ammodernamento dello Stato urge di riforme profonde e dolorose che solo la serietà, il pragmatismo, la rinuncia a rendite di potere personalistiche potrebbero garantire.

Tutto il resto è melodrammatico teatrino della politica, cioè la solita fuffa.

E intanto Napolitano, per rasserenare il clima troppo teso, si va armando di un robusto piccone!

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