Con tutto il rispetto

23 agosto 2010
Radio vaticana

Radio vaticana

Per mia personale intima convinzione (non potrebbe essere diversamente), non provo né trasporto né avversione alcuna nei confronti della Chiesa; pertanto mi permetto di  definirmi sinceramente e completamente serena nel momento in cui mi accingo a scrivere ciò che penso dell’uso e del linguaggio mediatico ad opera dei suoi rappresentanti.

Lo spunto per una riflessione mi è venuto da questo articolo di Marco Cavallotti e, in particolare, dal suo incipit che così recita:

“Ho la sensazione che il cardinal Bagnasco questa volta abbia proprio esagerato. Esagerato, da un lato, se vogliamo, anche solo in ovvietà (dal suo punto di vista): il federalismo sarebbe buono se unisce, e cattivo se disunisce; ma esagerato anche nella interferenza con le possibili scelte istituzionali dei cittadini italiani.

Non soltanto concordo con questa affermazione di Cavallotti ma, da profana, aggiungo che a me pare controproducente, per la loro stessa missione evangelica, il fatto che i moderni apostoli della Chiesa non parlano mai “urbi et orbi” col cuore e con lo spirito religioso che li aveva spinti verso la vocazione al sacerdozio.

Al contrario il Papa e i vescovi ai vertici della comunità cristiana più diffusa nel mondo sembrano aver adottato il piglio da uomini delle istituzioni laiche e con questi si scontrano nell’angusto spazio massmediatico riservato propriamente alla politica.

Sono un tantino perplessa di fronte ai messaggi che dal Vaticano vengono diramati attraverso i comuni media nazionali, per come sono stati confezionati, secondo cioè le stesse formule comunicative proprie dei leader sindacali, dei portavoce dei partiti o dei conduttori tv.

Se il sistema mediatico è già di suo un pericoloso blob che tutto divora per poi rovesciarsi sul pubblico in una poltiglia indistinguibile, incolore e insapore, se altresì lo stile semantico della comunicazione è lo stesso, sia che appartenga al Papa o al presidente della Repubblica, la confusione coglie lo spettatore, indipendentemente da come è stata veicolata.

Non se la prendano a male coloro i quali nutrono rispetto e venerazione sinceri per il Santo Padre e per quei prelati che si avvicendano davanti alle telecamere se, per fare un esempio, definisco impietoso il destino di un’intervista al cardinal Bagnasco sul progetto federalista, dato che esso finisce inevitabilmente con l’annullarsi sovrapposto all’intervento in video di un Calderoli apparso un attimo prima del prelato.

Alla stregua dei protagonisti della polemica politica quotidiana, le alte gerarchie ecclesiastiche si presentano sui media con un frasario intriso di terminologie che nulla hanno di messianico, cristiano ed evangelico, tanto che finiamo col convincerci che è anche a causa di ciò che il cattolicesimo va perdendo di appeal tra i fedeli in questo occidente disincantato e teledipendente.

Convinti di avvicinarsi meglio alla gente, i tele-pastori di anime intervengono sul fisco, sulla disoccupazione, sull’effetto serra, sull’attualità contingente, immergendosi in una quantità di dibattiti poco pastorali ma molto politici, sia nella forma che nella sostanza.

Insomma non dico che Benedetto XVI debba andare predicando per le vie del digitale terrestre usando il linguaggio di Gesù, quello stesso che, qualunque cosa siamo diventati da adulti, ci aveva sedotti negli anni della scuola e del catechismo,

ma un compromesso lo dovrebbe pure trovare tra questo approccio un po’ grigio e politichese e quello profetico e immaginifico che, stando ai vangeli, “qualcun altro” riservava alle folle affascinate e commosse.

E mentre a tavola, tra una conversazione e l’altra, distrattamente sentiamo parlare di leggi sull’immigrazione, d’un tratto ci sorprendiamo a chiederci chi fosse mai il personaggio dell’opposizione che, poco prima, aveva criticato il governo; era forse Gianfranco Fini o si trattava di un cardinale della Cei?

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