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Torti e ragioni

Termini 300x201 Torti e ragioni

Dopo sessant’anni di stretta osser­vanza, le con­se­guenze dei danni deri­vati dal primo arti­colo della Costi­tu­zione appa­iono oggi più che mai gravi.

Rifor­mu­larlo in senso libe­ri­sta, come sug­ge­rito da Bru­netta, non por­te­rebbe alcun bene­fi­cio, almeno nell’immediato.

E’ tardi per rime­diare a quei danni.

Troppe le gene­ra­zioni che si sono impi­grite dalla cul­tura del lavoro come diritto fon­da­men­tale acqui­sito per volontà divina invece che come oppor­tu­nità da ricon­qui­stare con le pro­prie forze, secondo le pro­prie atti­tu­dini. Gene­ra­zioni cre­sciute nell’attesa dell’impiego assi­cu­rato fino alla pen­sione, col datore di lavoro eletto ad arbi­tro della vita delle mae­stranze, con­dan­nato a mai fal­lire e libero di ripro­get­tare l’azienda ma non di pena­liz­zare i dipen­denti, sem­pre pronti allo scio­pero pur di para­liz­zare qua­lun­que piano di ristrut­tu­ra­zione o delo­ca­liz­za­zione sgradite.

L’idea del posto fisso garan­tito, iper nor­mato (gestito per decenni dai sin­da­cati più potenti del mondo), si carat­te­rizza in que­ste ultime set­ti­mane nelle dispe­rate pro­te­ste, com­pren­si­bili quanto inci­vili, con­dotte anche sui tetti delle fab­bri­che. Nel mondo del lavoro si é inse­rito lo stato assi­sten­zia­li­sta, pronto a rac­co­gliere con­sensi, sper­pe­rando il denaro pub­blico, elar­gito a piene mani a tutti: lavo­ra­tori, impren­di­tori e sindacati.

Come é noto il mer­cato del lavoro é stato bloc­cato dai suoi zelanti pro­tet­tori coi loro uffici di col­lo­ca­mento di stampo sovietico.

Ma, in tutta one­sta’, non si può nep­pure dare torto ai governi che si sono peri­tati di man­te­nere in for­ma­lina le aziende defunte, di forag­giare quelle mori­bonde oppure solo cor­rotte, lo impo­neva e lo impone la Carta.

Viep­più sono nella ragione gli occu­pati e disoc­cu­pati, vit­time della crisi e di un sistema malato, con buona pace delle poche riforme appor­tate negli anni.

Quello che, in un paese moderno, dovrebbe essere vis­suto come un disa­gio momen­ta­neo, una spia­ce­vole tran­si­zione tra un posto per­duto e un altro tro­vato, diventa una tra­ge­dia umana e civile, che non nasce solo in que­sti mesi di crisi.

Pure l’imprenditore può però van­tare ragioni asso­lu­ta­mente legit­time, in quanto non guida un ente assi­sten­ziale e riven­dica la libertà di impresa che, in un paese capi­ta­li­sta, signi­fica per­se­guire il pro­fitto inve­stendo o disin­ve­stendo, secondo le regole del libero mercato.

Al con­tempo però esi­stono realtà come la Fiat, da decenni for­te­mente in debito verso la col­let­ti­vità; la col­let­ti­vità che prova ad andare all’incasso, oppo­nen­dosi a qua­lun­que piano di moder­niz­za­zione del gruppo e ben deter­mi­nata a man­te­nere lo sta­tus quo con tutti gli oneri che que­sto com­porta per le parti.

Intanto però pro­prio quella Fiat ricorre ancora alla cassa inte­gra­zione, susci­tando pro­te­ste e subendo minacce.

E il tutto é come un film già visto.

Tags: Assistenzialismo, Brunetta, Fiat, Lavoro, Liberismo, Politica Italia, Scioperi, Sindacati

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